lunedì 18 agosto 2008

Cesare Pavese

Il 27 agosto 1950 il corpo senza vita di Cesare Pavese venne ritrovato in una camera dell'Hotel Roma a Torino. Sullo scrittoio un biglietto; "Perdono a tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi". Fu la drammatica fine di un'esistenza costantemente minacciata da un senso di inadeguatezza alla vita, dall'ombra del fallimento, da un bisogno di affetti disperato e mai soddisfatto.
Cesare Pavese nasce nelle Langhe, a S. Stefano Belbo in provincia di Cuneo nel 1908 da una famiglia di piccolo borghese trasferitasi poi a Torino, dove rimase per gran parte della sua vita, abitando presso la casa della sorella Maria. Rimase sempre legato alle Langhe nelle quali tornò ogni estate della sua fanciullezza. Le Langhe saranno per Pavese sempre un luogo “mitico”, una “casa” accogliente e rappresenteranno per lui una speranza di sicurezza. Quando nel 1916 i possedimenti paterni di S. Stefano Belbo, dovranno essere venduti per le difficoltà economiche della famiglia, Pavese vive questo distacco dalla casa natale come una perdita di una parte di sé. A Torino frequenta il liceo classico “D’Azeglio” ove trovò come professore di italiano Augusto Monti, un personaggio di spicco e noto scrittore antifascista, grazie ad esso Pavese, tra il 1923 ed il 1926, partecipa a quel rinnovamento delle coscienze che a Torino si concretizzava grazie anche all’opera di Gobetti e Gramsci. Il carattere di Pavese, già timido ed introverso, con la morte del padre, avvenuta in tenera età, subisce un’ulteriore accentuazione della sua emotività e tendenza all’isolamento. Le lettere dell’adolescenza sono già una risposta, seppur ambigua, alla situazione umana e morale di Pavese, infatti in esse cogliamo ciò che lo turba maggiormente sul piano esistenziale, come il suicidio dell’amico Elio Baraldi, l’incapacità di esternare il proprio amore per la compagna di classe Olga, quest’ultima tema di meditazione sulla sua infelicità nelle lettere agli amici, e ancora, la timidezza che lo rende incapace di ottenere un appuntamento con la ballerina Pucci. Nel 1927 si iscrisse all’Università degli Studi di Torino, nel 1930 si laureò con una tesi, per la verità criticata, sulla poesia “Foglie morte” di Whitman, appassionato estimatore della cultura americana, insieme a Vittorini alimenterà un vero e proprio mito dell’America, come terra dell’individualismo e della libertà, traducendo libri di autori importanti come Dickens, Joyce, Melville… Conseguita la laurea in lettere si dedicò all’insegnamento, questo per qualche tempo, in seguito si occupò di traduzioni e collaborazioni presso varie riviste culturali e testate giornalistiche. Nel 1931, con la morte della madre, andrà ad abitare presso la sorella Maria ove rimarrà fino alla morte. Nel 1933 cominciò a lavorare presso la casa editrice Einaudi, appena fondata dal suo amico Giulio Einaudi, il quale decide di riunire alcuni giovani intellettuali torinesi tra cui, oltre a Pavese, Vittorini, Ginzburg, Mila e Carlo Levi, fu uno dei principali collaboratori e animatori di questa casa editrice. Nel 1935 viene arrestato perché trovato in possesso di alcune lettere indirizzate a una militante del partito comunista clandestino, dopo alcuni mesi di carcere fu condannato a tre anni di confino a Brancaleone Calabro, ma dopo un anno, in seguito a un condono, peraltro ripetutamente chiesto sia da Pavese che dalla sorella Maria direttamente a Mussolini, poté tornare a Torino. Al suo ritorno a Torino nel ’36 ebbe due scottanti delusioni, venne a conoscenza che la donna che amava sin dai tempi dell’università si era sposata e che la pubblicazione sulla rivista culturale “Solaria” della sua raccolta di poesie “Lavorare stanca” non ebbe il successo desiderato, queste delusioni (non tanto la seconda quanto la prima), gli fanno sfiorare il suicidio. Il lavoro intenso divenne per lui un’evasione dall’angoscia, è infatti proprio il suo periodo più fecondo sia come scrittore che come collaboratore della casa editrice Einaudi, nel 1937 l’incontro con Vittorini gli consente di collaborare alla “Antologia Americana”. La letteratura americana esercita da sempre un profondo fascino su Pavese che grazie alla sua opera di traduzione e con la direzione di una collana Einaudi, contribuirà a diffonderla nel nostro paese. La vita di Pavese si rispecchia in quasi tutte le sue opere, infatti l’esperienza del confino vissuta nel 1935 si riscontra nel suo romanzo breve “Il carcere”, scritto tra il novembre del 1938 e l’aprile del 1939, ma pubblicato solamente nel 1948 accoppiato a “La casa in collina” , in un volume complessivo intitolato “Prima che il gallo canti”, seguono “Paesi tuoi” nel 1939, pubblicato nel ’41, “La bella estate” scritto nel ’40, ma pubblicato solo nel 1949, sempre nel 1940 Pavese scrisse il romanzo breve “La spiaggia” dapprima apparso sulla rivista romana “Lettere d’oggi” e successivamente pubblicato postumo nel 1956 da Einaudi. Sempre nel 1940 Pavese è impegnato in diverse attività, continua ad elaborare la sua teoria del mito, che darà i primi risultati con la pubblicazione di “Feria d’agosto” del 1946, inoltre è a capo della sezione romana della casa editrice Einaudi, sempre di questi anni è il suo amore per Fernanda Pivano. Il 1940 è un anno intenso per Pavese infatti proprio in questo anno pubblica una nuova edizione di “Lavorare stanca” ora diviso per sezioni e aumentato di poesie scritte tra il ’36 e il ’40. La guerra è vissuta da Pavese come un fatto lontano e pieno di rimorsi, infatti per problemi di salute, dapprima non venne chiamato alle armi e, dopo l’8 settembre 1943, quando quasi tutti i colleghi e gli amici partecipano ad organizzare la guerra partigiana, Pavese lascia la città bombardata e in mano ai tedeschi per rifugiarsi presso la casa della sorella a Serralunga, dove rimase nascosto, qui ebbe un periodo di forte crisi interiore che lo portò dopo la liberazione, ad iscriversi al Partito Comunista Italiano al quale rimase legato fino alla fine. Nel 1946 scrisse un romanzo politico intitolato “Il compagno” che verrà premiato con il premio Salento, pur essendo giudicato freddamente dalla critica. Sempre in quegli anni conclude i “Dialoghi con Leucò” e tra il 1947 e il 1948 si dedica alla stesura della “Casa in collina”. Inizia una collaborazione con il giornale “L’Unità” dove pubblica una serie di articoli sul ruolo dell’intellettuale e sui rapporti letteratura – società, tra i nuovi autori Pavese promuove la pubblicazione di “Sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino. La militanza politica nel partito non aiuta Pavese, anzi si ritrova sempre più isolato perché non accetta la “linea” ufficiale del comitato centrale, questo lo spinge a tornare agli studi, con i quali approfondisce la costruzione di una poetica personale incentrata sul significato conoscitivo e antropologico del mito. Gli ultimi romanzi sono la testimonianza di quel gioco di simboli che trasfigurano le cose quotidiane e danno loro un significato e un valore, di questo suo periodo sono: “La bella estate” ed infine “La luna e i falò”, quest’ultimo è il romanzo della piena maturità, il suo capolavoro che lo fa risaltare alla critica e con il quale vinse nel 1950 il premio “Strega”. In questo periodo va incontro all’ultima grande delusione, la più drammatica: la storia d’amore con Constance Bowling, un’attrice americana conosciuta a Roma, dopo giorni intensi di felicità la storia d’amore si interrompe perché la ragazza torna in America. Proprio mentre la sua attività di scrittore raggiunge l’apice della notorietà, per Pavese la vita non sembra più sopportabile, nel marzo del 1950 annota sul suo diario “ Non ci si uccide per amore di una donna, ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nudità, miseria, infermità, nulla”; per questo nulla, la sera del 27 agosto 1950, dopo essere passato a salutare i suoi amici nella redazione torinese de “L’Unità”, si uccide con dei barbiturici in una stanza d’albergo a Torino. Sul comodino un biglietto: “Tutto fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”.


Riflessione sull'accaduto

 Credo che l'insoddisfazione e la sensazione di vuoto deriva dalla costante ricerca della verità e una mente superiore come quella di Pavese non poteva adeguarsi ai rigidi confini imposti da un partito. Quando si crede fermamente in un'idea e ci si accorge che non può essere attuata come vorremmo crolla la base su cui abbiamo costruito la nostra esistenza. Beati i "poveri di spirito" perché non arriveranno mai a capire, e non se ne faranno un problema, che si possa decidere come e quando iniziare il Grande Sonno.

2 commenti:

solopoesie ha detto...

ADAMUS!!
Ciao, come va?
sono passata da te
per darti la buona notte e

¸.•*´¨`*•.¸¸.•*´¨`*•.¸¸.•*´¨`*•.¸
::::::(\_(\:::::::::Questo è il
::::::(=' :'):::::::mio piccolo
::::::(,('')(''):::: saluto x te!
¸.•*´¨`*•.¸¸.•¸.•*´¨`*•.¸¸.•*´¨`

LINA

solopoesie ha detto...

Adam

Ho sempre avuto una grande ammirazione per Cesare Pavesi
Quello che mi ha sempre colpito e la tristezza che si portava dentro da bambino .

Difatti Malgrado l'agiatezza economica la sua infanzia non fu mai felice, ma le sue poesie e i versi che ha lasciato al mondo resteranno sempre nei nostri cuori .
Questi versi lo confermano .


Hai viso di terra scolpita,sangue di terra dura,sei venuta dal mare.
Tutto accogli e scruti e respingi da te come il mare.

Nel cuore hai silenzio, hai parole
inghiottite.Sei buia. Per te l'alba è silenzio.

E sei come le voci della terra ‒ l'urto della secchia nel pozzo,
la canzone del fuoco, il tonfo di una mela;

le parole rassegnate e cupe sulle soglie,il grido del bimbo ‒ le cose che non passano mai. Tu non muti. Sei buia.
Sei la cantina chiusa, dal battuto di terra, dov'è entrato una volta
ch'era scalzo il bambino,e ci ripensa sempre.


Sei la camera buia cui si ripensa sempre, come al cortile antico
dove s'apriva l'alba.

BUONA NOTTE E GRAZIE PER AVER RIEVOCATO IL SUO RICORDO..
LINA